Citizen Kane - indie rock band

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13 settembre 2009 - recensione su Rockshock

Un album dedicato ai nostalgici della scena indipendente italiana degli anni ‘90, in cui impegno sociale e introspezione si intrecciano senza soluzione di continuità

L’impatto iniziale con questo terzo parto dei Citizen Kane è senz’altro ottimo: i riferimenti culturali da cui partono ci incuriosiscono e stimolano, dal nome mutuato dall’opera prima di Orson Welles al titolo del disco ispirato al capolavoro letterario Cecità di José Saramago (di cui consigliamo spassionatamente l’acquisto ai nostri ventitre lettori, come direbbe Guareschi). Non c’è snobismo intellettuale nella proposta impegnata del trio capitolino: la sincerità e la convinzione emergono abbastanza chiaramente dall’ascolto delle otto tracce che compongono Il Male Bianco. Convinzione che li porta a misurarsi con materie difficili come il De André di Preghiera In Gennaio, la cui interessante rilettura in chiave indie non può tuttavia non soffrire il confronto con l’irraggiungibile originale.
Il problema è un altro, ed è un problema comune a tanti: i Citizen Kane sono capaci di scrivere canzoni oggettivamente belle e di piacevole ascolto (Tutte Le Parole Che Ogni Giorno Perdo o la stessa title track), ma che risentono esageratamente di influenze musicali troppo univoche, chiare, riconoscibili.

Ombre troppo lunghe che tolgono respiro al lavoro dei tre romani: su tutte quelle dei C.S.I. (La Trasparenza, Naufragi) e dei Marlene Kuntz (L’Esito Migliore, Assalto Alle Prime Linee); ma anche un uso delle chitarre vicino a certi Massimo Volume (Indiana).

Sarebbe forse utile lasciare decantare più a lungo i provini di studio, riascoltarli più e più volte e riplasmare i brani con una personalità di cui dispiace l’assenza quando il buon gusto e la capacità di calibrare tensioni sonore e melodia sono così evidenti. Un sincero augurio di buon lavoro. «Rosebud».

di Vittorio Arena
http://www.rockshock.it/citizen-kane-il-male-bianco/

 

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